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La rivoluzione delle tasse - Un libro di Bruno Tinti

Fra evasori e Stato
comunione d’intenti

La rivoluzione delle tasse - Un libro di Bruno TintiCiak, si gira! Mattinata d’autunno davanti a una scuola italiana: arriva un Sud, scende una finta bionda, va in segreteria, si dichiara incapiente, e gli credono: suo figlio avrà i libri gratis. Eppure tutti sanno che fa la parrucchiera (reddito medio annuo: 10.400 €), ha la villa al mare, titoli, azioni, ecc. Altra location, altro Suv: scende il marito, entra all’Asl, anche lui piange miseria, gli credono: avrà l’esenzione ticket. Eppure tutti sanno che è un gioielliere (media annua: 15.800 €). E’ l’Italia, bellezza: l’infinita commedia degna del miglior Alberto Sordi che fa chiedere al bar sport, dove le analisi sono rozze, se sia valsa la pena sterminare un milione di meridionali per assimilare il Regno delle Due Sicilie e dichiarare l’Italia unita solo quando gioca la nazionale, per il resto, senso civico zero: da furbetti del 740 godiamo dei servizi in termini parassitari, senza contribuire in rapporto ai nostri guadagni, come pure l’articolo 53 della Costituzione retoricamente recita. E lo Stato fa da “sponda”.

“La rivoluzione delle tasse” (Contro il partito degli evasori / Perchè il sistema è costruito per non funzionare), di Bruno Tinti, Chiarelettere, Milano 2012, pp. 162, € 12, è un libro, come dire, che s’è scritto da solo. Di suo il magistrato (lo è stato sino al 2008 occupandosi di reati finanziari, ciò rafforza la credibilità nell’argomentare una materia ispida, oggi è opinionista del “Fatto Quotidiano”), ci ha messo il disgusto per l’andazzo, la rabbia impotente che lievita capitolo dopo capitolo, per cui giunti alla fine un’ulcera amara ti brucia nello stomaco.

Il magistrato fornisce numeri scandalosi, che soli basterebbero a far cambiare radicalmente politica fiscale ai governi prima del default, cioè di non poter fornire ai cittadini i servizi essenziali. Solo che la classe politica, la casta onnivora non ha alcun interesse a farlo dandosi la zappa sui piedi, alienandosi il voto dei 5.359.777 di furbi (il 12% dei contribuenti) che decidono chi deve governare. Eccone qualcuno: l’88% di chi paga le tasse, come dire, alla fonte, sono lavoratori dipendenti e pensionati. Queste due categorie che, com’è noto, sono la base della piramide sociale, versano il 93% del gettito per un totale di 146 mld e rotti, molto rotti. E le altre categorie? Quelli che hanno lo yacht con bandiera-ombra? Quelli dello spettacolo? I professionisti? I commercianti? Sono appena il 7% sulla massa critica di contribuenti.

Uno Stato serio correrebbe ai ripari, nel suo stesso interesse. Invece ci toccano spot cretini, davanti ai quali gli evasori sghignazzano e si danno di gomito. In parole povere: lo Stato sa di essere preso in giro, ma fa ammuina borbonica. Tinti parla di “un sistema di accertamento e repressione dell’illegittimità irrazionale e inefficiente, studiato e realizzato per non funzionare... per guadagnare alla classe politica consenso e continuità, attraverso la garanzia di privilegi per le classi sociali più favorite il cui voto può far pendere la bilancia da una parte o dall’altra”. Il magistrato parla di “patto scellerato fra Stato ed evasori” e definisce il nostro sistema tributario “profondamente incostituzionale”.

Cultura Francesco Greco

Ultimo aggiornamento: 12/06/2012 (11:48)

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